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Relazioni domestiche al tempo del Covid-19_Intervista alla Psicoterapeuta Giancarla Tisselli

Intervista alla Psicoterapeuta Giancarla Tisselli

23.4.2020 RAINEWS 24

Come possiamo prevenire o evitare i conflitti in famiglia fra uomini e donne e riconoscere le modalità prevaricanti che mettiamo in atto nella vita quotidiana?

Mi fa piacere fornire alcuni strumenti per riconoscere le dinamiche familiari in questo periodo di convivenza domestica.

Spesso le donne si valutano con “occhi maschili” nel senso che pensano a se stesse come sottoposte allo sguardo di un uomo. Utilizzano criteri appresi nella propria infanzia, cioè idee che provengono dal passato. Nell’inconscio c’è come un “Patriarca interiore” che andrebbe scovato e con il quale si può iniziare a dialogare apportando contenuti nuovi, argomentazioni attuali. Il primo passo per migliorare le relazioni è rivolto verso se stessi, ci sembra più facile cercare di cambiare gli altri, invece il primo passo da fare è rivolto verso le proprie modalità, cambiare noi stessi è sempre possibile.

Anche gli uomini si leggono con criteri del passato, giudicano se stessi e il mondo, e quindi anche le donne, con criteri vecchi, appresi fin dai tempi della propria infanzia, utilizzano le esperienze e i racconti sulle donne che hanno ascoltato dai loro genitori e nonni, immersi in una cultura che non offriva le stesse libertà a donne e uomini, tali narrazioni spesso assomigliano agli stereotipi di ruoli o di genere che oggi persistono nelle pubblicità, nei film e nei video che in rete abbondano.

Crediamo di essere esenti da stereotipi, ma questi si annidano nella nostra mente. Negarne l’esistenza è l’automatismo più diffuso, spesso utilizzato nel tentativo di proteggere la propria roccaforte dell’io.

Molte volte l’io è identificato con le proprie logiche, ma noi non siamo le nostre idee, siamo molto di più, siamo i nostri sentimenti, le nostre emozioni, i nostri stati d’animo, il nostro essere figli, o genitori o fratelli, sorelle o amici, persone presenti nelle relazioni, nell’aiuto al mondo tramite i nostri talenti, le nostre qualità, caratteristiche, risorse e affetti.

I conflitti permangono quando insistiamo per affermare le nostre logiche: restare sul mentale pensando “ho ragione io non hai ragione tu“ci fa rimanere sul piano del conflitto.

Quindi si finisce per imporre le proprie ragioni e litigare?

Il maltrattamento psicologico è volto ad imporre il proprio potere su chi ci sta intorno. Alla parola <potere> ci assale un senso di resistenza, pensiamo di non esercitarlo, anzi ci viene da dire che sono gli altri a volerci sottomettere… ecco, questa è già una modalità gerarchica: la dimostrazione che siamo caduti in logiche di potere, dove si pensa che qualcuno sia sopra e l’altro sotto.

In natura ci sono due modalità: quella dell’accoglienza delle varie forme di vita, il cui valore si esprime in una circolarità, come quella degli ecosistemi dove ogni forma di vita ha una sua importanza e specificità – che possiamo chiamare simbolicamente Materna o Femminile –rispondente ad idee del tipo: “madre natura accoglie tutti i suoi figli“, “la varietà è una risorsa per la sopravvivenza della specie”.

L’altra modalità è quella della scala gerarchica dove un elemento prevale sull’altro, per intenderci “Il leone è il re della foresta“, oppure continuando con i luoghi comuni: “ogni gruppo deve avere un capobranco”,” perché ci sia un ordine occorre una gerarchia di sottomissione”,”il pesce più grande mangia il più piccolo” siamo in una condizione classificatoria che possiamo definire simbolicamente Paterna o Maschile.

Come nel mondo naturale, è importante che esista sia l’accoglienza tipica dell’ecosistema (assimilabile al Femminile) che l’ordine della catena alimentare (assimilabile al Maschile), per fare una creatura occorrono metà dei geni provenienti dall’ovulo e metà dallo spermatozoo, così si può ipotizzare di attingere in modo equo dalla modalità Femminile e da quella Maschile per creare meno conflittualità e forse più armonia. Su un piano psichico, Carl Gustav Jung associa le Logiche e il Pensiero al simbolo del Maschile, mentre i Sentimenti e la Natura a quello Femminile.

Se le logiche dominanti nel patriarcato si fondano su una considerazione che mette in primo piano il Pensiero, relegando in secondo piano le istanze sentimentali ed affettive, in questo modo si riscontra immediatamente l’esistenza di una gerarchia, credo che tale preminenza del pensato sia alla base del conflitto Fra Maschile e Femminile.

Tornando agli esempi simbolici possiamo dire che i problemi si sono creati da quando la Classificazione è stata considerata più importante dell’Accoglienza del valore della varietà. Dire che uno va meglio dell’altra è già essere entrati nella gerarchia. La parità è da intendersi come democrazia: concezione egualitaria del diritto alla libertà.

Tutto ciò per dire che c’è un pregiudizio antico che alimenta una conflittualità sotterranea, archetipica, che permane nell’inconscio delle persone e che agisce con potenza. La sua forza può essere portata a coscienza: fuori dall’Ombra.

Cominciare a considerare l’idea che i Sentimenti possono avere la stessa dignità e lo stesso valore dei Pensieri, può essere un primo passo verso la parità.

In questo periodo ci troviamo in casa ad avere una quantità di tempo maggiore dedicata agli affetti, ai sentimenti, alla famiglia, cioè al simbolico Femminile, rispetto al tempo del lavoro e del mondo esterno, simbolicamente Maschile. Può essere una buona occasione per dedicare concentrazione e tempo per una migliore gestione dei sentimenti e delle relazioni affettive.

Come possiamo applicare alla vita quotidiana questa modalità più accogliente, dei sentimenti?

Il primo passo è proprio mettere in discussione le sicurezze ferree, cioè i pre-giudizi, i giudizi imparati automaticamente dai vecchi modi di fare.

Il secondo è riconoscere le modalità Prevaricanti:

Fra queste possiamo mettere in primo piano la svalutazione che si esprime con comportamenti spesso acquisiti dagli uomini senza esserne consapevoli, ed esercitati sulle donne mediante tre grossi filoni:

1) Commenti sul corpo delle donne: sull’estetica, sul seno, sull’abbigliamento, sulle gambe, sul sovrappeso, sul lato B, come se ci fosse un lato A, cioè leggendo la donna come un oggetto sessuale in funzione del piacere dell’altro.

2) Commenti sulla testa delle donne: “Non capisci”, “Non ce la puoi fare”, “Se tu fossi intelligente”, “È come ho capito io, tu non stai attenta”, “Dove hai la testa?”, “Testolina”.

3) Commenti sul meritare di essere amata, a condizione che…: “per essere come piace a me dovresti fare…”, oppure incitare alla rinuncia ai propri talenti, qualità e libertà pur di restare nella relazione, anche se frustrante.

Inoltre sono forme di maltrattamento psicologico: giudicare, offendere, deridere sotto forma di scherzo, attribuire significati secondo i propri criteri logici pensando che siano migliori delle logiche dell’altra persona.

Altri tipi di maltrattamento sono le modalità di controllo più o meno velate. Controllare: il tempo, il denaro, gli spazi, imporre ruoli, decidere anche per l’altra persona.

Il diritto di famiglia è cambiato nel 1974 ma ancora c’è l’idea che esista una capo famiglia.

Se non vogliamo che sia la rabbia a regolare le relazioni, occorre trovare metodi alternativi.

Sappiamo che l’ira, la maleducazione o l’urlare, offendere, imprecare o ancor peggio l’uso della violenza fisica, rovinano i rapporti.

Fra le strade alternative alla violenza troviamo le strategie degli Psicologi Norvegesi di Oslo ATV Alternative To Violence, che per primi, più di 30 anni fa, hanno iniziato a curare gli uomini che hanno agito maltrattamento in famiglia. L’imbuto della rabbia è uno degli schemi utilizzati per riconoscere che sentimenti ci sono dietro il nervosismo. Anche riconoscere l’eredità dei comportamenti maltrattanti, appresi perché anche padri e nonni li utilizzavano, serve a cercare modalità alternative.

Il diniego, il lasciar correre, far finta che il comportamento prevaricante non sia avvenuto e anche la giustificazione o ancor peggio la solidarietà con chi ha agito l’atto violento, o il deridere le vittime, sono comportamenti che mantengono la violenza.

Il primo passo è quindi riconoscere le situazioni in cui si mettono in atto gli automatismi aggressivi appresi e ripetuti senza pensare che possano esistere strade diverse. Una delle tante alternative è esprimere i propri bisogni in modo chiaro e gentile. Che cosa ci impedisce di dire le cose con garbo? Forse l’idea che se urliamo più forte, o se facciamo la faccia imbronciata e gli occhi minacciosi, l’altro capisce che facciamo sul serio? Non è necessario imbronciarsi per esser creduti, per far capire che c’è un bisogno legittimo da esprimere.

E’ alle persone con manie di potere o con narcisismi autoaffermanti che appartengono modi prepotenti. Sappiamo che si può esprimere con tono di voce normale, con pacatezza, e perché no col sorriso, ciò che desideriamo chiedere.

Poi sarà l’altro che potrà fare altrettanto e rispondere sì o no in base al proprio sentimento, desiderio, bisogno.

Se tutto questo oltre che dal normale rispetto viene accompagnato anche da Amore, tutto diventa più facile. Se l’Amore può essere identificato con la possibilità di rispondere ai desideri dell’altro, rimanendo se stessi, aderenti alla propria natura, si può provare come andare, a volte, anche nel giardino dei piaceri dell’altro, per aumentare la gioia di entrambi.

Una delle modalità che possono facilitare le buone relazioni è il modo di comunicare che tiene conto dei Sentimenti: dare spazio alle emozioni, tener in considerazione la “realtà psichica” che parte dai propri sentiti e bisogni, tiene presente anche i sentiti e i desideri dell’altro.

Si parte dall’ascolto di se stessi, e si formula la domanda, in modo che anche l’altro abbia il diritto ed il tempo di rispondere, successivamente è possibile accomodare la richiesta ed armonizzarla affinché la relazione possa essere rispettosa e fluida.

Il concetto di empatia consiste nella capacità di stare nei propri panni, ascoltare i propri sentimenti emozioni e necessità, poi mettersi nei panni dell’altro, accogliere quanto arriva dall’altro e tornare nei propri panni per poi agire tenendo conto delle emozioni di entrambi.

La comunicazione empatica (che fa riferimento alla comunicazione non violenta di Rosenberg e al metodo senza perdenti di Gordon) è uno strumento paritario e rispettoso delle persone perché tiene in considerazione il desiderio di ognuno, si basa sul chiedere, non sull’imporre.

L’altro può dire sì o no: “mi piace, posso farlo”, oppure può dire “non riesco, non posso”. Alla base c’è la fiducia fra le due persone e la volontà di spiegarsi e capirsi, o meglio”comprendere”. Col termine <capire> si intende decodificare i concetti, i contenuti, mentre col termine <comprendere> si intende accogliere anche le emozioni e gli stato d’animo.

La comunicazione empatica non è mai generica, parte sempre da un punto ben preciso, in genere da un episodio. Infatti è circostanziata al “quando“, il primo passo della Comunicazione empatica è individuare un momento preciso, una situazione in cui qualcosa non ha funzionato, viene percepita una stonatura o una cosa che ci fa dispiacere, che merita di essere trattata per migliorare la relazione. Facciamo un esempio di un conflitto domestico: “Quando hai commentato dicendo che la cottura del pesce era sbagliata….”

Segue poi il secondo passo della comunicazione empatica che si esprime col “Mi sono sentito/a“. Occorre prendere contatto con i propri stati interiori per comprenderli e chiamarli col proprio nome: agitato/a, rattristato/a, innervosito/a, colpevolizzato/a, svalutato/a….. Questo passaggio risulta il più delicato in quanto occorre pensare bene che sentimento comunicare, non si può esprimere un sentito proiettivo o incolpante, perché sarebbe espressione di un sentimento ostile, ciò che viene detto deve essere costruttivo e positivo, ci esprimiamo per stare meglio in relazione , non per attaccare. Quindi si potrebbe dire “Mi sono sentita rattristata, è cambiato il mio umore perché ho avito la sensazione di essere criticata….”

Il terzo passaggio è l’espressione del proprio bisogno, che deve essere chiaramente in relazione con il sentito: se ho freddo, ho bisogno di scaldarmi, se ho sete ho bisogno di bere, se sono triste ho bisogno di rallegrarmi… In questo caso: “Ho bisogno di stare piacevolmente insieme a te, sottolineare gli aspetti positivi mi rende piacevole l’atmosfera, dopodiché posso accogliere anche un commento costruttivo“.

Il quarto ed ultimo passaggio è la domanda da porre nello specifico all’altro. Non si può pensare che basti esprimere il proprio bisogno, occorre chiedere all’altro che cosa può fare per noi in modo che la relazione sia più gratificante per entrambi. La domanda potrebbe essere: “Quindi ti chiedo di provare ad esprimere i pregi dell’avere qualcuno che ha cucinato per te e di tener conto del nostro buon umore quindi di contare fino a 10 prima di parlare, in modo da poter trovare gli aspetti buoni e valutare se fare una critica,o un apprezzamento riconoscente ” .

E’ solo un piccolo esempio di come possiamo stare sul piano del sentito, del sentimento e dello stare bene insieme dicendo”io mi sento…”, possiamo provare a portare avanti sentimenti positivi: la gratitudine, il riconoscimento, il valore reciproco, il desiderio e le libertà.

Mi sembra un metodo molto utile e immediato, anche se ci si deve allenare. Dove si può imparare meglio ad essere empatici?

Esistono molti libri, e la possibilità di rivolgersi a professionisti psicologi o psicoterapeuti che specialmente in questo periodo sono disponibili anche on line.

Volendo a Ravenna da 5 anni Psicologia Urbana e Creativa, con il contributo del Comune e della Regione, svolge corsi psico-educativi Io mi sento” rivolti alle donne che desiderano   riconoscere le dinamiche di potere fra i generi e i tipi di maltrattamento psicologico. Dello stesso Progetto fanno parte i Corsi specifici rivolti agli uomini dal titolo ” I sentimenti degli uomini” per prendere confidenza con le proprie emozioni e coi propri sentimenti, per provare ad esprimerli: imparare a gestire la rabbia che dietro ha sempre altri sentimenti: la paura dell’abbandono, della solitudine, del cadere in pensieri pessimistici (il pessimismo, cioè vedere il bicchiere mezzo vuoto, è spesso causa di equivoci e proiezioni , attribuire colpe e significati che impoveriscono l’altro per innalzare noi stessi, sono meccanismi di difesa dell’IO molto diffusi, ma l’effetto che ottengono è rovinare i rapporti).

A volte gli adulti sbagliano, utilizzano modi aggressivi anche con i bambini. I bambini ci guardano e imparano da noi?

Dovremmo ricordare che i bambini ci usano come modello di imitazione, fanno ciò che vedono fare. Importante è capire che la violenza non è un’opzione sceglibile!

Quando sbagliamo possiamo chiedere scusa, sì ma non dobbiamo farlo più, dobbiamo davvero cambiare le nostre modalità, imparare a contenerci. A volte in famiglia ci sono abitudini acquisite che diventano automatismi, usare il partner per farsi contenere quando esageriamo, tanto sappiamo che è l’altro che ci pone il limite, ma non pensiamo quanto possa pesare all’altro faticare per porre i limiti anche a noi. Oppure usiamo le reazioni esagerate per imporre le nostre logiche, a volte alziamo la voce per stoppare l’altro, per intimidirlo, in modo che il contenimento venga fatto attraverso la paura e la sottomissione, lo si fa ancora troppo spesso anche con i bambini, purtroppo dimenticando che i bambini imparano per amore, non per paura, che la loro identità viene ferita se la relazione è mediata dalla paura e non dal rispetto del reciproco desiderio.

Più metodi di contenimento gentile ha un adulto, più è un bravo educatore, e migliore è l’atmosfera in casa.

#PUCRAVENNA #IOMISENTO #GIANCARLATISSELLI

#comunicazionempatica

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